sebas ha scritto:Allora Kierkegaard visse un'esistenza sempre sospesa e provvisoria. Ad esempio non riuscì mai a sposarsi o a prendere decisioni importanti perché era tormentato dallo spettro del dubbio. Kierkegaard non basa la filosofia sulla "necessità", come Hegel (che è molto rigido: le cose sono così e basta), ma sulla "possibilità". E siccome tutta la vita è possibilità, vuol dire che a ogni "possibilità-che-sì" corrisponde una "possibilità-che-no", cioè tutto è in dubbio, tutto ciò che può essere potrebbe invece non essere. Di qui l'angoscia: "L'angoscia è la vertigine della libertà" dice Kierkegaard, cioè l'angoscia è quel sentimento che nasce nell'uomo che si trova costantemente davanti alle infinite possibilità: proprio il fatto che l'uomo sia libero fa sì che sia eternamente angosciato. Ora, la vita religiosa, per Kierkegaard significa rinunciare alle leggi etiche dell'uomo per aderire a quelle di Dio. Lui era molto credente e vedeva nella fede l'unica via di salvezza dall'angoscia: eppure la fede è la più grande contraddizione, perché si potrebbe pensare che l'uomo "sceglie" di credere, ma se crede vuol dire che crede in un Dio che, creatore di tutto, gli ha donato anche la fede, dunque la fede non è "scelta" ma "donata". E proprio in questo paradosso Kierkegaard scioglie l'altro paradosso, quello dell'angoscia.
Interessante. Ho letto un pò su wikipedia la storia di Kierkegaard. Anch'io credo che l'uomo non può scegliere di credere, questo semplicemente perchè è condizionato dal Super-Io delle proprie radici culturali, infatti la sua educazione fondamentalista protestante indotta dal padre l'ha tormentato non poco a quanto leggo. E' difficile trascendere la fede. Molti non ci riescono. Altri ne hanno bisogno.
Kierkegaard mi pare che non sia riuscito mai ad affrontarla o ad accettarla. Infatti le sue conclusioni sull'angoscia non credo che per un vero e fermente credente siano un problema.
Mi ha messo tristezza la sua filosofia... se per lui la soggettività è solo angoscia e disperazione, allora tanto vale vivere?

Altra nota stonata, a mio avviso nella sua filosofia, è la presunzione di affermare che gli animali seguono il proprio istinto, mentre l'uomo sceglie.
Noi non conosciamo il linguaggio animale. Quindi non possiamo conoscere la scelta nel loro mondo. Se un leone acquistasse il nostro linguaggio non lo capiremmo comunque. Eppure il leone potrebbe comunicare con i suoi simili.
A questo proposito è interessante analizzare il caso di Itard e il suo "ragazzo selvaggio". Che conferma che anche l'uomo fuori dalla società acquisterebbe un suo linguaggio proprio, come gli animali.
Io credo che l'universalità e la soggettività siano complementari. Una volta che attraverso la propria soggettività l'individuo riconosce la propria essenza e l'accetta, allora è libero di scegliere tra bene e il male. Il male io credo che sia l'innocenza (in senso assolutamente psichico), proprio l'incapacità di superare la tensione e i confini del pensiero e la paura del peccato. La scelta "giusta" pretende sempre verso la costruzione e la creatività di qualcosa e che non manifesta nessuna sopraffazione per gli altri esseri viventi, il fine è proprio necessario ai beni della collettività. Ovviamente sono mie considerazioni, mi spiace che Kierkegaard si sia tormentato così ahah, la scelta è una cosa bellissima perchè dà concretezza alle cose.
sebas ha scritto:Scusa se sono stato prolisso, spero tu abbia capito anche se immagino non lo apprezzeresti molto (siamo su correnti opposte)

ahah non preocc, è una cosa che va al di là del gusto ed è sempre interessante cercare le proprie risposte in base alle proprie esperienze.
